Thesis / 2017AR ↗

Una città nomade per l'epoca del cambiamento climatico

TheArk

Tesi sperimentaleArchitettura / Ecosistema / Comunità
Schema superiore di The Ark

00 / Premessa

Se l'acqua modifica i confini della terra abitabile, l'architettura può imparare ad abitare l'acqua.

The Ark immagina una città marina autosufficiente destinata ad accogliere comunità minacciate dall'innalzamento del livello degli oceani.

Non una soluzione definitiva, ma uno scenario attraverso il quale interrogare il futuro dell'abitare e il rapporto tra spazio, società ed ecosistema.

La città non è un oggetto concluso: è un organismo aperto, capace di adattarsi, crescere e conservare l'identità di chi la vive.

01 / Anatomia

La città
per strati.

Nove ponti costruiscono un unico racconto: dall'identità individuale alla responsabilità di una società capace di abitare il cambiamento.

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Chi siamo

Capita a chiunque, prima o poi, di chiedersi chi siamo. Possiamo rivolgere la domanda a noi stessi oppure estenderla all'umanità intera; in entrambi i casi la risposta non è semplice né immediata. «L'uomo è un processo, e precisamente è il processo dei suoi atti», scriveva Antonio Gramsci. È da questo processo, più che da una definizione immobile, che prende avvio The Ark.

Da oltre quattrocento anni osserviamo consapevolmente le stelle e non abbiamo ancora incontrato una forma di vita comparabile alla nostra. Non importa stabilire qui come siamo stati creati: ciò che conta è che esistiamo. Siamo una singolarità capace di collegare esperienza e pensiero, materia e possibilità. Eppure siamo fragili, esposti a forze naturali immensamente più grandi di noi e capaci di cancellare in un istante ciò che abbiamo costruito.

Siamo ospiti di un ecosistema dal quale proveniamo e al quale apparteniamo. Il potere di trasformarlo comporta una responsabilità altrettanto eccezionale: comprendere le conseguenze delle nostre azioni e intervenire quando queste spezzano l'equilibrio tra organismi viventi, materia e ambiente.

The Ark, ponte 05: Chi siamo
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Responsabilità

Le leggi della natura, che così spesso tentiamo di eludere, possono aiutarci a comprendere l'ecosistema di cui siamo parte. Se a ogni azione corrisponde una reazione, allora il nostro rapporto con il mondo è prima di tutto un'interazione: una trama di cause, conseguenze e responsabilità.

A differenza di altre specie, possiamo prevedere almeno in parte il peso dei nostri gesti. Un numero sufficiente di azioni compone un sistema; un sistema ripetuto nel tempo diventa un processo. Essere consapevoli di questo significa poter correggere il nostro metodo e riportarlo verso una condizione di equilibrio dinamico e autosufficiente.

Abbiamo quindi il dovere di comprendere quanto siamo influenti su scala globale, che cosa abbiamo fatto e che cosa possiamo ancora fare. La scelta è ormai netta: continuare a ignorare il punto in cui le nostre azioni ci hanno condotto oppure assumere il ruolo che ci compete, quello di custodi dell'ecosistema di cui siamo parte.

The Ark, ponte 06: Responsabilità
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Dove siamo

Ci troviamo in un punto critico della nostra storia e di quella del pianeta. Per millenni abbiamo progredito, compiendo imprese straordinarie e sfruttando ciò che la Terra ci offriva senza comprenderne pienamente le conseguenze. «Un piccolo passo per un uomo, un grande passo per l'umanità»: il progresso è stato spesso raccontato come avanzamento, raramente come responsabilità verso il luogo dal quale quel passo è partito.

La nostra civiltà è multiculturale, complessa, caleidoscopica. Anche il pianeta è un sistema complesso e oggi mostra i segni di una crescente difficoltà. Esiste una soglia oltre la quale non riuscirà più ad assorbire i nostri inciampi. L'intensificarsi di fenomeni atmosferici violenti è un avvertimento che riguarda tutti, anche quando sembra provenire da comunità lontane.

Le distanze si annullano nel momento in cui riconosciamo quelle comunità come parti del nostro stesso sistema. Gli studi sul clima mostrano il peso di una visione antropocentrica e ci pongono davanti a scelte che non possono più essere rinviate. Il futuro dell'abitare comincia da questa consapevolezza condivisa.

The Ark, ponte 07: Dove siamo
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Condividere

Nei prossimi decenni molte popolazioni già colpite da eventi estremi dovranno affrontare l'innalzamento del livello dei mari e la perdita dei luoghi in cui vivono. Prima ancora di costruire una soluzione tecnica, occorre ridurre le distanze culturali che ci impediscono di percepire quelle perdite come nostre. Se riconosciamo come comuni i successi di popoli lontani, devono appartenerci anche le loro sconfitte e le loro difficoltà.

Il progresso tecnologico ha reso accessibili strumenti che fino a pochi decenni fa sembravano impossibili. Culture differenti possono entrare in contatto superando barriere linguistiche e spaziali. Questa possibilità ha un significato preciso: condividere. Abbiamo sempre condiviso lo stesso pianeta; oggi non possiamo più fingere di ignorarlo.

La responsabilità che ne deriva non ci vincola a un unico tema, ma amplia il nostro campo d'azione. Ci impone di intervenire, di costruire alleanze e di intendere l'azione come necessaria e non procrastinabile. The Ark nasce dentro questa rete di relazioni, non come rifugio isolato ma come progetto collettivo.

The Ark, ponte 08: Condividere
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Dove andiamo

È con questo spirito che nasce The Ark: dalla volontà di migliorare la nostra condizione e quella degli altri, tentando di riparare almeno una parte del danno causato. Le conoscenze disponibili oggi consentono di immaginare una soluzione realizzabile domani, senza attendere che un futuro progresso tecnologico arrivi quando il tempo del pianeta sarà già scaduto.

Il progetto non vuole essere soltanto una risposta tecnica, ma una direzione. La storia umana è attraversata dal desiderio di superare i propri limiti: attratti come falene da una luce distante, continuiamo a inseguire un orizzonte che si rinnova. La destinazione proposta è il superamento dell'io moderno, per costruire una comunità capace di agire come un unico corpo senza cancellare le differenze.

L'utopia è protagonista del progetto. Non come evasione dalla realtà, ma come strumento critico con cui verificarne i confini. La domanda è sociale prima ancora che architettonica: siamo capaci di creare una convivenza pacifica in una comunità autosufficiente, indipendente e lontana dalla quotidiana realtà urbana?

Robert Owen sosteneva che desideri e azioni fossero il risultato delle condizioni in cui viviamo. Concorrenza e individualismo non sono dunque leggi naturali immutabili: possono essere messi in discussione progettando un ambiente che favorisca cooperazione, responsabilità e cura reciproca.

The Ark, ponte 09: Dove andiamo
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La macchina

«On n'échappe pas à la machine», scriveva Gilles Deleuze. Per chi conosce la cultura architettonica, la parola macchina richiama inevitabilmente la machine à habiter di Le Corbusier: uno strumento al servizio dell'uomo, progettato per abitare e bisognoso di manutenzione, attenzione e cura per continuare a svolgere la propria funzione.

In un caso o nell'altro la macchina è un sistema che può imporsi sull'individuo oppure lasciarsi utilizzare per uno scopo più alto. Perché, allora, non immaginare noi stessi come una macchina? Non un dispositivo disumano che leviga ogni differenza, ma un organismo coeso, complesso e dettagliato, capace di trasformare le peculiarità dell'animo umano in parti di un equilibrio comune.

The Ark assume questa metafora come struttura operativa. Ogni ponte svolge una funzione specifica, ma nessun livello è autosufficiente da solo. Abitare, produrre, curare, imparare e incontrarsi sono ingranaggi della stessa costruzione sociale. La manutenzione non riguarda soltanto la materia: riguarda anche i rapporti che permettono alla comunità di durare.

The Ark, ponte 16: La macchina
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Città nomade

Siamo abituati a vivere la città come una realtà statica all'interno della quale ci muoviamo cambiando scala. Il rapporto tra città e abitanti resta legato alla terra natia: non soltanto il primo luogo conosciuto, ma l'insieme culturale al quale sentiamo di appartenere. Tuttavia il tempo modifica i luoghi; talvolta una fotografia restituisce un ricordo con maggiore intensità della loro condizione presente.

Forse non ci è cara la permanenza fisica della città, ma la consapevolezza di condividere un vissuto con persone che appartengono alla stessa cultura. Se questa ipotesi è vera, una città può nascere in un luogo che le apparterrà per sempre e, nel tempo, trovarsi dovunque i suoi abitanti desiderino o debbano essere.

Noboru Kawazoe ricordava che la città del futuro non può avere un punto finale, perché nel momento in cui smettesse di svilupparsi diventerebbe rovina. Nel Novecento, New Babylon di Constant e la Walking City degli Archigram hanno messo in discussione l'immobilità urbana, immaginando abitanti nomadi o strutture capaci di spostarsi.

«Non è che abitiamo perché abbiamo costruito, ma costruiamo perché abitiamo; nell'abitare risiede l'essere dell'uomo», scrive Heidegger. The Ark riprende quella tensione e prova a rendere lucido un sogno ereditato dal passato: una città nomade che cambia posizione senza rinunciare alla propria identità.

The Ark, ponte 18: Città nomade
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Il mare

Le teorie del passato non possono essere applicate integralmente alla crisi ambientale contemporanea. Eppure, nel cercare una soluzione plausibile e realizzabile, la risposta emerge dalla domanda stessa: il mare. Non un vuoto da attraversare, ma un nuovo territorio da abitare responsabilmente.

The Ark immagina una realtà urbana autosufficiente capace di accogliere le popolazioni maggiormente colpite dall'innalzamento degli oceani. La città vive in equilibrio con un nuovo ecosistema e prova a diventare un esempio, non un'eccezione. Il cambiamento formale non deve ridurre le necessità degli abitanti, ma può diventare l'occasione per ripensare alcuni sistemi sociali e infrastrutturali.

La progettazione urbana tradizionale assegna quantità e rapporti tra spazio pubblico e privato per garantire la vivibilità. In una città sul mare alcuni standard non saranno più necessari, mentre altri dovranno essere ricalcolati. L'obiettivo non è comprimere la vita entro una nave, ma tradurre la complessità urbana in un organismo mobile, aperto e leggibile.

The Ark, ponte 19: Il mare
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Società

Alla base del progetto vi è un nuovo concetto di società. Lo sforzo inventivo non consiste soltanto nell'ideare una nuova forma di città, ma nel credere possibile il ristabilimento di un ordine sociale. Le nostre azioni non sono isolate: costruiscono un futuro comune e trovano senso quando vengono condivise da chi sceglie consapevolmente di cambiare direzione.

«Se aiuti gli altri, verrai aiutato. Forse domani, forse tra cent'anni, ma verrai aiutato. È una legge matematica e tutta la vita è matematica», affermava Georges Ivanovič Gurdjieff. La storia contemporanea mostra che molti progressi scientifici e culturali nascono dal lavoro di gruppi capaci di condividere un'idea e amare lo stesso sogno.

James Joyce scriveva che ciò che possediamo può esserci tolto, mentre ciò che doniamo diventa nostro per sempre. Il progetto materiale è un esercizio della fantasia nato per affrontare un problema concreto, ma non può vivere in solitudine: la sua realizzabilità dipende dalle persone che faranno funzionare il sistema sociale, non soltanto dalle soluzioni tecniche che ne garantiranno la sopravvivenza.

«Il vero valore di un uomo si determina esaminando in quale misura egli è giunto a liberarsi dall'io», ricordava Albert Einstein. Dobbiamo avere il coraggio di presentarci attraverso i nostri sogni, affinché altri possano entrarvi, raccontarci i propri e costruirne di nuovi insieme.

The Ark vuole contribuire, anche in minima parte, al cambiamento che spinge milioni di persone a salvarsi reciprocamente da una marea capace di sommergerci. Se siamo artefici del nostro destino, possiamo impegnarci in uno dei progetti più importanti: una società migliore.

The Ark, ponte 20: Società

02 / Documento

Il progetto come racconto.

Gli ambienti, le funzioni e i riferimenti vengono ricondotti alla pianta generale. La tavola originale diventa una mappa narrativa della vita a bordo.

Tavola originale della tesi dedicata al ponte 5
Tavola 03 · Deck 5 · documento originale

03 / Vita a bordo

La città
prende forma.

Apprendere, coltivare e incontrarsi diventano parti dello stesso organismo. Gli spazi di The Ark traducono l'autosufficienza in una quotidianità condivisa.

The Ark — Aula
01Aula

Spazi per l'apprendimento e la formazione.

The Ark — Giardino produttivo
02Giardino produttivo

Coltivazione e sosta sul ponte aperto.

The Ark — Coltivazione condivisa
03Coltivazione condivisa

Il lavoro agricolo come pratica collettiva.

The Ark — Atrio bioclimatico
04Atrio bioclimatico

Luce, vegetazione e connessioni verticali.

The Ark — Laboratorio botanico
05Laboratorio botanico

Cura e controllo delle colture interne.

The Ark — Aula e terrazza
06Aula e terrazza

Continuità fra spazio didattico e paesaggio.

The Ark — Ponte paesaggio
07Ponte paesaggio

Percorsi, serre e spazi di relazione.

The Ark — Serra lineare
08Serra lineare

Coltivazioni protette lungo il ponte.

The Ark — Corte agricola
09Corte agricola

Il giardino produttivo come spazio comune.

The Ark — Serra produttiva
10Serra produttiva

Colture intensive sotto luce naturale.

The Ark — Serra al tramonto
11Serra al tramonto

La struttura come paesaggio abitato.

The Ark — The Ark in navigazione
12The Ark in navigazione

La città nomade nel suo territorio: il mare.

04 / Direzione

Non soltanto dove vivremo.
Come vorremo vivere insieme.

Una città può cominciare da un disegno. Una comunità comincia dalla scelta di riconoscere il futuro degli altri come parte del proprio.